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La colpa non è certo dei cittadini-lavoratori, se non in percentuale fisiologica.

Indennizzi per non pescare. Contributi per espiantare vigne, oliveti e campi di grano. Assegni di cassa integrazione e mobilità per anni e anni.
Tempo fa c’era persino un Comune – Elmas -, il cui sindaco è oggi consigliere regionale del Pd, che incentivava l’emigrazione, offrendosi di pagare il viaggio ai suoi giovani che decidevano di andarsene.

Siamo l’unica regione del mondo in cui si paga la gente per non lavorare, in cui si è pianificato un sistema di incentivi e paracadute che stimola all’inazione, alla dipendenza, all’asservimento, al ricatto dal potere politico. E in cui tutto scorre senza che ci sia più nemmeno la forza di indignarsi.

Quale terra del mondo può avere un futuro, se la sua struttura socio-economica è organizzata in questa maniera?

C’è modo e modo per non abbandonare chi è rimasto indietro. Quello dell’incentivo al non-lavoro è il più sbagliato. La negazione della Politica e della dignità dell’individuo, l’assenza dello spirito di comunità.

In questa situazione sembrano persino pochi i 2500 sardi che hanno abbandonato le loro case e i loro paesi, nell’ultimo anno, per trasferirsi all’estero. Se le cose non cambieranno, saranno sempre di più.
Si profila un genocidio culturale, un’estirpazione alla quale diventerà impossibile porre rimedio, una desertificazione che per i compiaciuti sacerdoti della tecnica politica è ineluttabile e forse persino auspicabile.

Un delitto perfetto, i cui responsabili hanno nomi e cognomi.