Dopo aver guidato per 2600 chilometri in due settimane, fra la Spagna e il Portogallo, stamattina mi sono messo nei panni di un turista arrivato per la prima volta in Sardegna, sbarcato insieme a me dalla nave Grimaldi Barcellona-Porto Torres.

A proposito: ottimo servizio, se rapportato al concorrente Tirrenia, assistito dall’Italia con 72 milioni l’anno. Ottimo rapporto prezzo/prestazione e niente da lamentare.

I panni del turista, dicevo.

Si scende dalla nave e agli occhi del visitatore che scopre la Sardegna per la prima volta si dispiega una visione che sembra uscita dalla disastrata Indastria post terza guerra mondiale del “Conan” di Myazaki.

Un deserto di incuria e abbandono, un qualche cartello con indicazioni turistiche sulle cose da vedere a Porto Torres che scompare al cospetto dei ruderi industriali che offendono tutti e cinque i sensi in un porto senza servizi, che sembra dimenticato da Dio e dagli uomini.

Si prosegue e l’impressione sembra la stessa: si è sbarcati in un luogo arretrato e abbandonato a se stesso. Come definire altrimenti la bretella stradale che connette l’approdo (chiamarlo Porto sarebbe davvero troppo) con la statale 131, direzione Cagliari? Gradini longitudinali, buche, asfalto sconnesso, segnaletica assente, erbacce che invadono la sede stradale.

E che dire della superstrada? Niente di così abbandonato è stato certamente visto da chi scrive nemmeno nelle zone più povere di Portogallo e Spagna. Immaginiamo il turista di cui sopra, al cospetto con strettoie, voragini e indicazioni pressoché assenti.

C’è un’emergenza e qualcuno si vuole fermare? Tra Sassari e Macomer le aree di sosta attrezzate si contano sulle mani di un mutilato. Niente a che vedere con la penisola iberica: ogni 20 chilometri un rifornitore con bar e supermercato ma anche aiuole e un piccolo parco dotato di panchine, tavoli, rubinetti e cestini della spazzatura mai colmi. Forse perché qualcuno ogni paio d’ore li svuota.

Tra Sassari e Macomer non mancano però le piazzole di emergenza: al loro confronto, in queste settimane, la discarica di Monte Muradu è un Eden. C’è di tutto: bottiglie, pannolini, batterie di auto, etc etc. Mancano i cestini, anche se qualcuno volesse seguire un’educazione improntata al civismo e al rispetto di sé e degli altri.

Se da Macomer il turista volesse poi proseguire sulla provinciale per Santu Lussurgiu, per ipotesi, alle strade abbandonate e alle discariche in cunetta aggiungerebbe un’altra visione, bella e maledetta.

Decine di chilometri di boschi che costeggiano la strada in cui la pulizia del sottobosco è un lontano ricordo. Le fasce parafuoco invase da erbacce e combustibile. Tanto che, immaginiamo, il turista di cui sopra – notando i 42 gradi di temperatura denunciati dal cruscotto dell’auto – si stupirà non degli incendi di questi giorni ma di come un gigantesco è disastroso rogo non si sia già portato via tutto.

Certo, poi magari il turista è andato in spiaggia a Mandriola o a Tentizzos e ha trovato il paradiso. Oppure ha mangiato a Santa Rughe o da Borello o a Su Gologone o da Cenceddu, e ha trovato il paradiso. Magari ha dormito a Baia del porto o a Sa Muvara, e ha trovato il paradiso.

Ma nessuno, immaginiamo, potrà togliergli la percezione dei suoi cinque sensi, durante i trasferimenti.

Pensate ai vostri viaggi all’estero e cercate di fare mente locale su quel che vi ha impressionato in positivo o in negativo. Poi cercate di mettervi nei panni di quel turista anche a voi.

È questa la Sardegna che meritiamo? È questa la Sardegna che vogliamo continuare a costruire?

Io dico che serve una visione diversa. Un futuro diverso, fatto di investimenti in servizi, in bellezza, in sicurezza, in armonia. Tutto questo migliorerebbe la nostra qualità della vita e quella dei nostri ospiti. Ci renderebbe competitivi e moderni, ci farebbe vivere in una Sardegna più giusta e più bella.